La corsa di Enzo per fermare il fiume nero dei veleni

Posted by | ottobre 19, 2013 | Scienza e Innovazione | No Comments
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Storia di un volontario della Terra dei fuochi: “Scrivetelo, stiamo morendo”

di Giampaolo Longo

Come si vive se tutto attorno a te parla di morte? Che fai, come reagisci? O ti spegni piano piano, chiudi porte e finestre, sbarri la a vita al mondo e aspetti che il destino si compia. Oppure sei Enzo. Perché Enzo si nasce, non si diventa.
Enzo Tosti (nella foto), dell’associazione “Il Laboratorio di Idee – Massimo Stanzione”, aderente al coordinamento Terra dei Fuochi. Un ambientalista? Un ecologista? No, un pazzo. Un pazzo sano. Questo è Enzo. Uno che non si sta. Non si vuole stare. Non accetta che la sua Orta di Atella possa sparire così, essiccata dai veleni che hanno sparso dovunque. E allora Enzo si sbatte, va avanti e indietro, perlustra strade e frazioni con l’entusiasmo che è vitamina, che toglie anni e mette luce nelle vene.

Ore 11, di un mercoledì di luglio a Orta di Atella. Già da come ti accoglie capisci che Enzo è di un’altra pasta. “Vi porto io, vi faccio vedere io dove andare”. E da quel momento in poi sei come rapito perché Enzo saltella, si inerpica, scala, si abbassa e si alza tra montagne di porcherie: affronta senza indugio pile di copertoni, scansa una chiazza scura di benzene, punta il dito sui residui delle fabbriche di scarpe. I rifiuti gli fanno sangue, o meglio lui li affronta a muso duro: niente mascherina, non ce la fa a tenerla davanti alla bocca, è tale l’energia, tale la foga, che Enzo deve parlare, deve spiegarti. Enzo ha un’occasione unica: può raccontare ai giornalisti quanto sia malato il suo paese. E se arrivi tu da Napoli, armato di tutto punto, di curiosità e voglia di far domande, hai conquistato Enzo. Perché chi sta a sentire a questi delle associazioni che si sbattono dalla mattina alla sera, che da anni stanno dicendo che qui si muore? A questi pazzi che hanno scotoliato il prefetto, il questore, il comandante dei carabinieri, il capo dei vigili, che non sanno più a quale porta bussare per dire che “qui, nel Casertano, stiamo morendo. Scrivilo per favore: mo-ren-do”.

E incontri Pasquale che ti dice che Rosanna aveva un figlio di tre mesi, morto di cancro alla prostata. Si era ammalato già nella pancia, per colpa del latte materno. E il suocero di Pasquale ha un cancro al pancreas. E Francesco, e Mattia, e Lucia. È una Spoon River, la conta dei morti dell’Agro aversano, la peste che porta il veleno schiumoso e fetido dei rifiuti. Ti entra nel cervello e va a colpire in un punto, scopre il tuo punto debole e si mangia le cellule, a una a una. E chi salva Orta di Atella? E Succivo? E San Cipriano? E Casapesenna? Chi ferma questa strage? Perché non puoi neanche denunciare: dati ufficiali non ce ne sono. Perfino il ministro, quella del nord col nome che finisce a metà, Lorenzin, dice che qui si muore per lo stile di vita errato. E che stile di vita è svegliarti con la puzza dentro il naso, la gola che ti brucia, il fumo nero dei roghi che sfregia il cielo, con il bagliore notturno dei fuochi?

Per salvarti puoi solo nascere Enzo, che conosce uno per uno quelle vene nere dove criminali senza perdono insufflano roba maligna, sacchetti, resti di frigorifero, farmaci. E scarpe e pezzi di tomaie e cuoio e fibbie. Perché qui, tra Napoli e Caserta, ci sono fabbriche di scarpe che si fanno un baffo di stilisti e modelle. Ci sono aziende che producono in nero e la loro merce finisce al nord, ai grandi nomi dell’industria calzaturiera. Un po’ come avvenne qualche anno fa a Gragnano, che cuciva costumi da bagno per Positano, come è avvenuto a Sant’Antonio Abate, che fa pomodori che vanno nei barattoli griffati. Perché noi non sappiamo fare consorzio, noi siamo poveri dentro, siamo schiavi e allora sgobbiamo per i grandi. E in cambio ci prendiamo qualche euro. E la loro merda. Quella merda nera che si insinua nelle radici di peschi, albicocchi, prugni e si prende il lavoro di generazioni, tradisce l’antico patto con la terra.
Enzo, ma tu che mangi? “Nulla di questa roba. Nulla”. Non si lascia incantare dalla tradizione, dal fatto che “la nostra terra è meravigliosa, è unica”, come ti ripetono i contadini, imbambolati dalla paura di dover capire, di dover accettare. “Con i contadini stiamo cominciando a dialogare – spiega Enzo – all’inizio non ne volevano sapere, ci guardavano come fumo negli occhi. Ora ci dicono: ma perché l’acqua del pozzo che bevevamo con tanta voglia ora puzza?”. Già, perché ministro della Salute, Beatrice Lorenzin? Perché ministro per l’Ambiente, Andrea Orlando? Perché governatore della Regione Campania, Stefano Caldoro? Perché sindaco di Orta di Atella, Angelo Brancaccio?

Ma Enzo sorride. Perché se davanti agli occhi hai la catastrofe devi pure andare avanti come una persona normale. Sei in una terra da disastro ambientale ma devi vivere, fare il padre, l’uomo, il marito, il cittadino, fare te stesso. Se sei pulito dentro mentre il tuo mondo schiuma rifiuti a ogni ora, a ogni minuto. E allora c’è tempo per l’ultimo appuntamento: dopo averti accompagnato a vedere due discariche – ma il termine non rende perché non sono discariche: sono rifiuti misti a terreno, i rifiuti stanno avendo la meglio, è rifiuti con campagna – Enzo deve incontrare la figlia del sindaco di Orta di Atella. Pare, forse, che ci sia un piano per rimuovere l’amianto. E allora Enzo riprende a correre, come una gazzella su una bidonville e quasi sfonda la porta di casa della figlia del sindaco. Perché Enzo ha fretta. Fretta di vivere. Gli stanno levando la terra sotto i piedi, il cielo sopra la testa. E allora Enzo corre. E, da oggi, noi con lui.

http://paralleloquarantuno.com/2013/07/04/la-corsa-di-enzo-per-fermare-il-fiume-nero-dei-veleni/

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