Col talento non (sempre) si mangia ma si vive

Posted by | settembre 20, 2013 | Arte e Cultura | No Comments
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di Alessandro D’avenia

Non dobbiamo correre il rischio di confondere il talento con la professione. Quando incontriamo una persona per la prima volta, gli chiediamo: che fai?
È vero, il fare – oggi più che mai purtroppo –  definisce l’essere come sua lampante (e non esaustiva) manifestazione, ma se avessi posto questa domanda ad un mio caro amico qualche anno fa mi avrebbe risposto: l’impiegato in banca. Dopo cinque anni di studi di economia era felicemente sistemato. Ma soffriva come un cane, il suo talento era altrove, non nella sicurezza economica.
Così ha mollato tutto per dedicarsi alla sua vera vocazione e talento, con tutti i rischi del caso, trattandosi del mondo delle storie e dei fumetti. Adesso guadagna meno di prima e probabilmente lavora anche di più di prima, ma è contento.
Il talento riguarda l’essere non il fare (anche se il fare ne è fortemente determinato).
Imbarazzante forse, ma giusto, sarebbe chiedere ad una persona: tu chi sei? Cioè, secondo la definizione che del talento ho dato: quale centro di gravità fonda, attrae e nutre la tua vita?
Il talento riguarda l’essere: è un modo di stare al mondo e di relazionarsi con il mondo, gli altri, Dio. Il lavoro è una parte importante ma non totale di questa relazione. Molti sono costretti dalla vita a svolgere lavori non rispondenti al loro talento, ma non smettono di coltivare quel loro sguardo sapendo che è l’unico modo di affrontare tutto il resto. Chi ha la fortuna di unire professione e talento ha il privilegio di poter rispondere alla domanda “che fai?” con un “chi sono”.
Un mio amico che si occupa di cinema mi ha raccontato che la sua passione per il cinema è cominciata da ragazzino. Nella sua famiglia si leggeva molto. Tutti tranne lui, che per questo era la pecora nera: leggeva la prima pagina di un libro e poi preferiva immaginarne il seguito. C’era in soggiorno uno scaffale pieno di numeri di una rivista che dedicava alcune pagine alle recensioni dei film. Così si divertiva a leggere quelle recensioni e a immaginare il film, dato che il cinema del suo paesino non proiettava un granché. Ancora una volta, come spiegavo qualche tempo fa, una mancanza diventa fondamento di un talento. Si è laureato e dottorato in cinema e da poco è stata pubblicata la sua bellissima tesi di dottorato. Si occupa di critica cinematografica e scrive storie per il cinema. Ed è felice, nonostante la crisi e l’ambito di cui si occupa sia ancora più in crisi.
Chi ha coraggio e fortuna di portare fino in fondo il suo talento perseguendolo a livello anche professionale rischia di essere felice. Il lavoro lo alimenta anziché logorarlo e basta. Ma non a tutti è dato questo privilegio di guadagnare con l’aria che amano respirare. È quindi necessario scoprire il proprio talento e coltivarlo per tutta la vita, indipendentemente da ciò che nella nostra vita servirà a campare. Perché anche l’anima deve campare ed è proprio il talento che le consente di farlo, perché il talento è l’alfabeto di cui Dio ci ha dotato per dialogare con lui attraverso il pezzo di mondo che ci è affidato.
Chiaramente questo tipo di “coltivazione di sé” – se non ha paletti professionali e non è retribuita – è più minacciata dalle urgenze della vita, e proprio per questo va difesa con forza.
Ho una collega di storia dell’arte che non ha rinunciato a dipingere e sta realizzando varie mostre in giro per l’Europa; un collega di lettere appassionato di ebraico, lo sta imparando e passa regolarmente qualche mese a Gerusalemme a studiare i testi biblici nella lingua originale; una collega dedica molto tempo al volontariato con i bambini; un amico commercialista cura il giardino di casa come fosse l’eden; un collega di storia e filosofia ogni weekend scala montagne e ghiacciai con moglie e figli…
Tutte le volte che chiediamo ad una persona “chi sei?”, inevitabilmente ci parlerà del suo talento. Credo che nella scuola una parte considerevole dello sforzo educativo dovrebbe passare da questa domanda, per poi coltivare e proteggere quel centro di gravità, minacciato spesso dai copioni dettati dalle pretese certezze sul futuro, dalle aspettative familiari e culturali, dalla semplice contingenza della vita. Dimenticare il proprio talento è la vera minaccia alla nostra vita, perché è la vera minaccia alla nostra anima. Quando una persona parla del suo “talento” è capace di affascinare chiunque, perché è come una rosa fiorita: ti imbatti in lei e non puoi non guardarla.
Se si chiedesse ad una rosa: che fai? Risponderebbe con il chi sono: la rosa. A questo dovremmo guardare.

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